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Giovanni Dettori – Via Crucis

Giovanni Dettori

Via Crucis

22 Xilografie

inaugurazione giovedì 14 febbraio, ore 18.
Galleria della Fondazione Il Bisonte
Via San Niccolò 24/rosso, Firenze
Tel. 055 2342585
e-mail: info@ilbisonte.it – www.ilbisonte.it
dal 14febbraio all’8 marzo 2019

Mostra organizzata in collaborazione con:

Associazione Nazionale Incisori Contemporanei

Estratti dal pieghevole presente in mostra

“…Io credo che l’opera che Giovanni Dettori oggi propone sia una testimo- nianza di questo percorso. La “ricetta”, personalissima, è stata quella di ri- percorrere le stazioni di Cristo alla luce di un portato individuale e collettivo che non può prescindere, nel suo caso, dalla radici identitarie di cui egli si fa portatore.

Guardatele con calma queste incisioni. Le urla, la disperazione, il vento che passa, una gestualità ora disperata, ora rassegnata: e quei volti, quelle barbe folte e nere e crespe, quegli occhi stretti come fessure e limpidi come acqua, quelle mani che agitano l’aria, fendono oltre le parole; i denti che biancheg- giano nel nero dell’inchiostro, i volti inondati di rughe di sofferenza e di- sperazione.

Guardatele queste pie donne che esclamano, non c’è alcun dubbio, “Fillu meu!”, perché tutti siamo madri quando qualcuno soffre così vistosamente davanti a noi. E la forza di queste incisioni di Dettori è magari proprio que- sta: il portato “sardo” della sua mano: la forza del segno, l’inchiostratura potente, certi volti e certe espressioni (che sono visive ma anche verbali) in qualche modo ambientano questa Passione in una terra che è riconosci- bile, ma anche comune. Voglio dire che stavolta le radici sarde non fanno velo alla qualità del risultato: sono un tutt’uno, e magari perché l’incisore ha sovrapposto quella via crucis a quella di una terra, la sua terra, che di stazioni di dolore ne ha passate tante….”

LA VIA CRUCIS DI DETTORI
di Stefano Salis

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“…Dettori ha guardato ai grandi maestri della storia della pittura, al Medioevo, al Cinquecento, al Manierismo, al Barocco. E ancora a quelli della xilografia sarda, Remo Branca, Mario Delitala, Stanislao Dessy.
Poi ha fatto di testa sua, mettendo al centro della scena un corpo e un volto, costruendogli attorno una scena di corpi e volti uguali. Lo ha raffigurato nudo e curvo, appesantito delle colpe di un mondo che lui solo ha dovuto espiare con la sofferenza e la morte; gli ha dato un colloquio diretto con chi, spettatore, lo guarderà e si sentirà in qualche modo coinvolto in questa situazione tragica. Anche per la trasposizione atemporale di quegli accadi- menti – che oggi ci abituano a una sopraffazione ideologica, finanziaria, morale – da accettare come ineluttabile in nome della nostra farisaica estra- neità, del nostro occasionale (ma altrettanto fatidico) non coinvolgimento.

Ha usato un tratto essenziale e “povero”, una linea spessa e ruvida per sten- dere un segno stanco e disperato che sa di sangue e di dolore, dove il par- ticolare affoga nella sensazione di caos e smarrimento che lo stravolgimento logico – Dio che muore – fa sì che i cieli si aprano e cadano i fulmini a squarciare il velo del tempio.

E con la forza dello scultore che dalla materia estrae l’immagine ha com- posto, frammisto e confuso quella storia con la nostra, di oggi, estranea ed amara, che non ricorda la tragedia che ha patito ieri e non la riconosce in chi oggi vi muore….”

LA VIA CRUCIS DI GIOVANNI DETTORI
di Gianfranco Schialvino