La Fondazione

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Tutto sommato.
Tutto soppesato.
W Maria Luigia Guaita
W Le edizioni del Bisonte!

Roma, 4/4/62

Luigi Bartolini
Artist

Fondazione Il Bisonte

Per lo studio della grafica d'arte

In questa pagina trovi maggiori informazioni sul nostro profilo istituzionale, la lunga storia che ha portato Il Bisonte Stamperia d’arte commerciale a fondazione, la biografia della sua fondatrice e alcune informazioni sulla nostra sede

La nostra storia

Il Bisonte è stato fondato da Maria Luigia Guaita e pochi amici nel 1959 a Firenze, qui potete trovare una breve descrizione della sua storia. Era il 1959 quando Maria Luigia Guaita insieme a Rodolfo Margheri ed ad altri intellettuali fiorentini fondò la stamperia Il Bisonte. MLG aveva conosciuto al grafica d’arte durante un lungo soggiorno in Scozia dove aveva incontrato la pittrice Anna Redpath e scoperto la litografia. Al suo ritorno, coadiuvata da un gruppo di intellettuali, alcuni dei quali provenienti dal gruppo partigiano Giustizia e Libertà, aprì la stamperia, non da poco fu anche scoprire che l’Istituto Geografico Militare, con sede a Firenze, aveva in disuso tutta l’attrezzatura di cui avevano bisogno, e in più anche le maestranze… di altissimo livello tecnico. Il nome Il Bisonte deve la sua origine alle caverne di Altamira, dove si trovano pittogrammi preistorici di scene di caccia, quelli non sono altro che i primi segni dell’uomo sulla pietra, la litografia ne è una lontana discendente. I primi ad essere stampati da Il Bisonte furono gli “informali”, Scanavino, Carmassi e Pomodoro; scelta che si rivelò troppo coraggiosa, e il pubblico, che ancora doveva conoscere questa nuova tecnica e questi giovani artisti, accolse tiepidamente questa scelta. In aiuto accorse il legame di amicizia che legava MLG con Enrico Vallecchi, patrono della casa editrice Vallecchi, che le presentò Ardengo Soffici, con quest’ultimo nacque una lunga e fervida amicizia che portò ad avvicinarsi a Il Bisonte altri personaggi di grandissima fama: Severini, Magnelli e Carrà. Paghi dei primi successi i nostri eroi decisero di cercare una sede più ampia per i laboratori e si spostarono da via Ricasoli, dove si trovava la prima angusta sede, verso Via San Niccolò, nel quartiere omonimo tra la collina di San Miniato e il placido fiume Arno . Quartiere popolare e sanguigno, custode di un sentimento di fiorentinità che negli anni non ha smarrito, zona poi particolarmente “bassa”, cosa non di poco conto se si tiene d’occhio il calendario, era il 1965. Nel 1966 il placido fiume fiorentino, in preda alla furia, sotto gli occhi di mezzo mondo, travolse gli argini e riversò nelle strade di Firenze le sue torbide acque. Il Bisonte fu, in pratica, spazzato via. Trovare la stamperia devastata dall’alluvione, in mezzo a una città devastata dall’alluvione non scompose particolarmente MLG e i suoi compagni di avventura, grazie alle amicizie costruite negli anni fu segnalata ad Henry Moore la sfortunata situazione di un luogo così prestigioso, l’artista inglese si fece avanti inaugurando una duratura amicizia, culminata nella mostra al Forte di Belvedere, e aprendo le porte alla stagione internazionale della stamperia il Bisonte. Artisti come Chadwick, Calder Sutherland, Lipchits, Xavinsky, Wunderlich, Matta e Tamayo cominciarono a frequentare la stamperia andando a costituire una delle produzioni di grafica d’arte più importanti del ‘900. Gli anni 70 furono caratterizzati da una fervida e intensa produzione, i torchi de Il Bisonte lavorarono a pieno ritmo fino a che, nei primi anni 80, il mercato fu inquinato dall’apparire di stampe che scardinavano i comunemente accettati principi etici che regolavano la produzione della grafica d’arte. Ci fu abuso di tecniche come la fotolitografia e di, addirittura, numerazioni di tirature non corrette o gonfiate. Si trovarono davanti all’avvelenamento del mercato della litografia d’arte. Davanti al diffondersi i certe abitudini MLG decise di prendere misure drastiche, la stamperia fu chiusa per dare vita alla Scuola Il Bisonte e alla Galleria Il Bisonte, una per tramandare, proteggere e diffondere quelle che erano le conoscenze tecniche e l’esperienze di più di venti anni di appassionata attività l’altra per dare adeguata vetrina al grande archivio delle opere fin li editate, più di 1000 tirature. Fino ad arrivare ad oggi: la scuola e la galleria riunite in una unica fondazione dando più forza alla promozione e diffusione della grafica d’arte.
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Maria Luigia Guaita - nota biografica

Maria Luigia Guaita fu partigiana durante la seconda guerra mondiale dopodiché continuò a combattere le sue battaglie in ambito culturale, protagonista attiva della scena fiorentina: come giornalista per la rivista Il Mondo e collaboratrice delle Edizioni U nel primo periodo post bellico e poi, dal 1959 ideatrice e direttrice delle Edizioni d'Arte Il Bisonte. Maria Luigia Guaita nasce l’11 Agosto del 1912 a Pisa, città dove trascorre i primi dieci anni della sua vita. In seguito si trasferisce a Torino e dal 1926 a Firenze. Studia con il fratello Giovanni, più giovane, al Liceo Galilei di via Martelli e il fratello la introduce nel gruppo antifascista di Pieraccini, Traquandi, Enriques Agnolotti. Nel 1941 viene assunta alla Banca Nazionale del Lavoro, dove lavora al servizio di sportello. Ciò le consente di avere continui rapporti con il pubblico e diventare ottimo tramite per la trasmissione di messaggi inerenti alla sua attività clandestina che per lei, in quel periodo, consiste nel procurare carte d’identità agli ebrei e ai ricercati politici. Il 25 Luglio del 1943, alla caduta del fascismo, la Guaita, durante il pranzo alla mensa della banca, tra lo stupore dei colleghi e dei superiori, fa la sua prima dichiarazione ufficiale di antifascismo. In seguito a ciò, quando, con l’armistizio dell’8 Settembre, i fascisti della Repubblica di Salò e i tedeschi compaiono sulla scena, la Guaita viene consigliata dallo stesso capo ufficio di darsi malata e di non tornare in banca. Entra così nella piena clandestinità e inizia la sua attività di staffetta per il Comitato di Liberazione, le brigate partigiane e Radio Cora. L’11 Agosto del ’44, quando Firenze viene liberata, con le truppe alleate e precisamente con il D.W.B. (il servizio segreto inglese), arriva a Firenze anche Dino Gentili, ebreo milanese da anni emigrato all’estero. Gentili incontra al Comitato di Liberazione Nazionale Carlo Ludovico Ragghianti, Luigi Boniforti, la Guaita e con loro altri compagni del partito d’azione, fonda la casa editrice “Edizioni U”, di cui la Guaita diventa segretaria di redazione. Si deve a questa piccola casa editrice la prima pubblicazione, In Italia, di libri di autori fino ad allora proibiti nell’Italia fascista: Gaetano Salvemini, Aldo Garosci, Leo Valiani, Carlo Levi, Franco Venturi, etc. In questa nuova avventura la Guaita mette la stessa passione che ha messo nel vincere la paura della guerra partigiana, ma adesso si tratta di cimentarsi con un lavoro del quale ignora tutto. I libri vengono stampati presso la Tipografia Vallecchi di Enrico Vallecchi. Fra i due nasce un affettuoso sodalizio: Vallecchi l’aiuta a superare tutte le difficoltà che il nuovo lavoro presenta. La Guaita, infatti, deve occuparsi sia della correzione delle bozze che della segreteria e della contabilità. Nella primavera del ’45, alla fine della guerra, i libri, pronti, vengono distribuiti in tutta Italia. La casa editrice chiude nel 1948, ma già dal 1946 Dino Gentili aveva portato a Prato la sua ditta “Dreyfuss Gentili”, di cui la Guaita entra a far parte. La “Dreyfuss Gentili” importa, in una Prato distrutta dalla guerra, la lana australiana aiutando gli industriali nella ricostruzione delle fabbriche, che si attrezzano come filature. Al posto di stracci verrà lavorata la lana, al cardato verrà sostituito il pettinato e Prato diventa grande importatrice di lana. La”Dreyfuss Gentili”, nel frattempo, diventa “Imex Lane” e nella società entrano anche Bruno Tassi e Roberto Cecchi, i venditori di lana della “Dreyfuss”. Tuttavia, dopo qualche tempo, la Guaita sente il bisogno di dedicarsi ad altre attività ed inizia una collaborazione con Il Mondo un settimanale diretto da Mario Pannunzio. Pubblica anche un libro di memorie sulla Resistenza, Storia di un anno grande, col quale vince il Premio Prato nel 1958. Nel corso della sua attività giornalistica per “Il Mondo” prese le difese di una coppia pratese sposata solo civilmente che il Vescovo di Prato, Monsignor Fiordelli, aveva definito dal pulpito come “concubini puniti da Dio”, prendendo come pretesto il fatto che il marito fosse stato colpito da paralisi. L’articolo della Guaita suscita grande scalpore al punto che viene intentata una causa contro il Vescovo. La Guaita è consigliata di lasciare Prato per qualche tempo. Si reca in Scozia dove a Edimburgo impara a fare le litografie nel laboratorio di un’amica pittrice. Tornata a Firenze, nel 1959, vende parte delle sue azioni “Imex Lane” e fonda la Stamperia Il Bisonte, che presto diviene la sua attività principale. In questa nuova impresa è coadiuvata dal professor Rodolfo Margheri, pittore e incisore bravissimo, e da due stampatori, ex operai dell’Istituto Geografico Militare, oltre che da un giovane apprendista, Raffaello Becattini, che diventerà un bravissimo stampatore egli stesso. Comincia così quella che sarebbe diventata la passione della sua vita. Con l’entusiasmo che le è proprio invita a lavorare al Bisonte i maggiori artisti italiani e in quegli anni vengono realizzate incisioni e litografie restate famose. La sede di via Ricasoli diventa troppo piccola per le esigenze del Bisonte e, morta sua madre, la Guaita lascia la casa di famiglia e compra nel quartiere di San Niccolò un vecchio negozio con annesso appartamento, dove trasferisce casa e laboratorio. Pochi mesi dopo, il 4 novembre 1966, l’alluvione dell’Arno sommerge Il Bisonte con quattro metri di acqua. La Guaita, rimasta bloccata all’interno, si salva uscendo da un finestrino. La notizia del disastro fa il giro del mondo, e amici artisti l’aiutano a ricominciare. Nell’estate del 1967 Henry Moore, il grande artista inglese, va a trovarla in San Niccolò accompagnato da un amico ex partigiano che, come Art Director alla Penguins Books, sta preparando un libro su di lui. La stamperia del Bisonte sa ancora di muffa, le case della strada sono ancora puntellate, ai muri è stato tolto l’intonaco per far evaporare l’umido…Moore si commuove e promette di tornare a Firenze. Torna l’estate successiva e per due mesi lavora al Bisonte. Nascono così una cartella di sei litografie, e la promessa, da parte della Guaita, di impegnarsi affinché a Firenze si possa realizzare una sua grande mostra. Quattro anni dopo, nel 1972, le sculture di Moore sono esposte al Forte Belvedere, mentre il Bisonte ne ospita l’opera grafica. È un grande successo per Moore, per Firenze, per Il Bisonte, e il suggello dell’amicizia fra l’artista inglese e la Guaita, che quello stesso anno sposa l’editore Enrico Vallecchi. La grafica divenne di moda e, di conseguenza, anche un affare. Invade gallerie e mercati, e il desiderio di realizzare utili più rapidamente e con minor fatica portò all’uso della fotoincisione. La Guaita si oppone a questa tendenza. Nel 1982, dopo un dissenso con Renato Guttuso che non ha mantenuto la promessa di battersi con lei per la distinzione tra grafica originale e l’offset e ha venduto egli stesso una fotolito qualificandola come grafica originale, chiude la stamperia. Il Bisonte rimane solo come Galleria. L’anno prima, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini ha insignito Maria Luigia Guaita del titolo di Commendatore della Repubblica. È così che la Guaita passa dall’artigianato al commercio, pur non diventando mai, a suo dire, una buona commerciante. Le rimane la passione per l’incisione: con alcuni amici, nel 1983, crea nel rione di San Niccolò un Centro Culturale, associazione non a scopo di lucro, e apre una scuola di specializzazione per insegnare ai giovani le tecniche tradizionali dell’incisione. Intende così continuare la sua battaglia contro la falsa grafica. La scuola, i cui corsi si tengono nella sede di via Giardino Serristori, in quelle che erano state le scuderie del Palazzo Serristori, è tuttora attiva. Dal 1990, dopo la morte di Enrico Vallecchi, la Guaita si trasferisce sopra la scuola, alla quale dedica la gran parte del tempo e le sue energie, realizzando in extremis, nel 2005, la fondazione “Il Bisonte - per lo studio dell’arte grafica” destinata a dar seguito ai suoi intenti di tutela, insegnamento e divulgazione della grafica d’arte originale. Muore il 26 dicembre 2007, data dalla quale Il Bisonte continua il suo cammino sotto la guida del nipote Simone Guaita, cercando di onorare con la propria attività l’eredità e l’entusiasmo della sua eccezionale fondatrice.
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Lo Statuto della Fondazione

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Carlo Ludovico Ragghianti

Maria Luigia Guaita era solita dire: "Devo tutto a Ragghianti!"
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Henry Moore

Henry Moore venne a Il Bisonte dopo l'alluvione di Firenze, nel 1966, si appassionò così tanto a questo luogo da realizzare qui 13 edizioni di litografie. Da questa amicizia e stima reciproca è nata la mostra delle sue sculture al Forte Belvedere che ha cambiato per sempre il volto della nostra città.
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Pablo Picasso e Il Bisonte

Carlo Ludovico Ragghianti ebbe l'idea di far fare una litografia a Pablo Picasso per Il Bisonte ed è stato grazie al suo aiuto che si è potuto realizzare questo progetto. PICASSO 4.10.60 di Marzio Dall’Acqua e Marco Fiori “[Rodolfo] Margheri mi aiutò a trovare vecchi torchi litografici e due litografi che avevano lavorato all’Istituto Geografico Militare. Enrico Vallecchi trovò anche uno stanzone nel viale Milton che sapeva di antico e di nuovo, e lì, nel 1959, nacque il Bisonte. Fui io a scegliere questo nome perché mi ricordava i primi graffiti su pietra delle grotte di Altamira. Aristo Ciruzzi disegnò il logo che ancora esiste e nel quale mi riconosco. Margheri diventò direttore tecnico della stamperia che, dopo un breve periodo, fu trasferita in via RIcasoli.” Così Maria Luigia Guaita ( Pisa 1912 - Firenze 2007) racconta l’inizio della sua avventura nel mondo della grafica, iniziata in un certo senso in esilio, perché lei donna di cultura, che aveva fatto una esperienza di casa editrice dal 1944, nella Firenze appena liberata, fino alla chiusura nel 1948, si era trovata a dover rifugiarsi in Scozia, ad Edimburgo, dove presso un’amica pittrice aveva appreso la litografia. Al volontario esilio era stata costretta dalle violente reazioni scatenate dal fatto che un suo articolo su Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, nel quale aveva difeso una coppia sposata solo civilmente dagli attacchi del vescovo di Prato, monsignor Fiordelli, aveva smosso così vivamente le coscienze che contro il vescovo fu intentata una causa. La passione civile e politica è anche all’origine dell’opera di Pablo Picasso di cui ricostruiamo in questo annuario ALI, probabilmente per la prima volta, in modo completo la vicenda della litografia “Ritratto di donna”, indicata anche con i titoli di Ragazza spagnola, La Femme Espagnole, Femme d’Espagne, Spanish woman, L’Espagnole e forse altri. Come racconta Laura Gensini in “Il segno Impresso”, “Il Bisonte, oltre ad offrire una antologia di opere che hanno illustrato una parte cospicua dell’arte grafica italiana e straniera, ha scandito la sua storia con molte iniziative rivolte al sociale ed ha usato le sue grafiche per difendere o promuovere alcune idee”. Una delle prime manifestazioni di questa tendenza è stato l’invito a Picasso nel 1960 ad eseguire una litografia in occasione della Conferenza Europea per l’amnistia ai condannati politici spagnoli, un indubbio atto di opposizione al regime franchista e di solidarietà e sensibilizzazione. Picasso fornì il disegno su carta da riporto, ma la tiratura venne eseguita a Firenze nei laboratori della Stamperia Il Bisonte. Fu poi Maria Luigia Guaita a portare personalmente la tiratura in Francia per consentire a Picasso di firmarla. Recava con sé 141 esemplari, di cui cento dovevano essere destinati a finanziare il fondo per assistere i detenuti politici in Spagna e i rimanenti per l’artista ma Picasso, generosamente, li destinò alla causa. Questa la ragione della numerazione inconsueta, contrassegnata con cifre arabe, che egli firmò a matita ed è l’unica litografia di Picasso tirata in Italia. Il foglio misura mm 690 x 520. Il bon à tirer fu donato alla collezione del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi ( G.D.S.U. n. 113499). la copia donata a Carlo Ludovico Ragghianti fa parte oggi delle stampe del Museo della Grafica di Palazzo Lanfranchi a Pisa. Ovviamente la tiratura andò immediatamente esaurita nel 1961. Ovviamente la tiratura andò immediatamente esaurita nel 1961. Dopo questa edizione, nello stesso anno, Il Bisonte trasferì la lito, col sistema della carta da riporto, su una nuova matrice di zinco insieme alla firma di Picasso e alla data di esecuzione dell’opera 4.10.1960 e provvide ad una seconda tiratura dell’immagine ( con firma e data sulla matrice) di 600 esemplari, numerati in vari gruppi: 400 in numeri arabi da 1/400 a 400/400, duecento stampati su carta CM Fabriano più grande e più pesante numerati in due gruppi da cento, uno con cifre romane da I/C a C/C e cento copie con la sigla EA, naturalmente su autorizzazione di Picasso. Al termine di questa tiratura la matrice venne resa inutilizzabile ed è tuttora conservata presso gli archivi dell’attuale Fondazione. Il Bisonte, per non danneggiare le alte quotazioni della tiratura firmata a matita dall’artista, commercializzò queste seconde stampe come “fotolito”. In realtà ci troviamo di fronte a litografie analoghe ai fogli della prima tiratura, a volte trattate come fotolito e altre confuse con i fogli della prima matrice al punto da raggiungere quotazioni assolutamente invidiabili nelle aste internazionali. Un’immagine della seconda tiratura ( con firma e data sulla matrice), descritta con le caratteristiche tecniche di quella firmata a matita, è inserita anche in repertori che dovrebbero essere rigorosi come il Picasso Lithographe di Fernand Mourlot, A. Sauret Edition du Livre, Parigi, 1970 ( n. 357); G. Bloch, Picasso, Catalogue de l’Oeuvre Gravé e Lithographiée 1904/1967, Edition Kofrnfeld, Berna, 1984, tomo I p. 219, n. 1009. Un esemplare della seconda tiratura è documentato nel catalogo della raccolta Graphikmuseum P. Picasso Munster, The Huizinga collection (769). La denominazione di “fotolitografia” adottata dal Bisonte per la seconda edizione è confermata dal fatto che lo scultore Venturino Venturi (Loro Ciuffenna 1918 - Terranuova Bracciolini 2002) nel 1961 usò un’opera di prova per stampare una sua litografia in esemplare unico, senza titolo, dedicandolo “al signor Vallecchi, Venturino”, presentata come tale nei cataloghi generali de Il Bisonte, compreso l’ultimo del 2009, in “Il segno impresso”, p. 154, foglio e impronta mm. 756 x 531. Diciamo infine qualcosa sulla persona ritratta, l’affascinante ragazza spagnola chiusa nel fazzoletto, legato come fanno i pastori che devono difendersi dai venti e dalle intemperie, oltre che dal sole cocente, giovani indubbiamente ma dai tratti essenziali austeri e intensi per arcaica dignità. Si tratta della madre di Eugenio Arias Herranz, un barbiere spagnolo, nato il 15 novembre 1909 a Buitrago del Lozoya, antifascista ed esule, noto come “il barbiere di Picasso”, morto a Vallauris (Francia) il 28 aprile 2008 a 98 anni. La madre si chiamava Nicolosa Herranz ed era, come appare nell’immagine picassiana, appunto pastora di ovini, nata a Robledillo de la Jara. Ovviamente l’immagine giovanile non può essere che una ripresa essenziale da un’ immagine fotografica, insieme figura ideale di donna fiera e popolare e di omaggio agli affetti di un amico, con il quale condivideva storie e ricordi. Picasso aveva conosciuto Arias, esule comunista, a Villauris, in Francia, nel 1948, allorché si trasferì nella villa “La Galoise”, vicino al salone di parrucchiere di colui che diventerà suo amico per 26 anni, condividendo anche la vita privata: le passeggiate, le corride, le conversazioni politiche, i ricordi di Spagna, i giochi a carte, la quotidianità, al punto che il barbiere divenne punto di riferimento per coloro che volevano incontrare l’artista. Nel 1982 Arias ha donato alla Comunità Autonoma di Madrid la sua collezione, il cui nucleo centrale è costituito da 71opere tra dipinti, porcellane, libri e altri oggetti artistici realizzati da Picasso dal 1948 al 1972 e ha trovato collocazione a Butriago del Lozoya, a settanta chilometri da Madrid, nel paese natale di Arias, dove costituisce il Museo Picasso - Colleciòn Arias. Come ha lasciato detto Arias: “Picasso era sempre attento ed era generoso con i problemi dei suoi compatrioti e cercava di aiutare i movimenti per la pace e tutti coloro che la perseguivano”. E questo ci riporta a Maria Luigia Guaita e alle sue battaglie artistiche e ideali, racchiuse in un semplice foglio, coinvolto in molteplici vicende e che rimanda ad antiche storie. Da un colloquio con lo stampatore Nicola Manfredi di Reggio Emilia La carta da riporto litografica (papier collé) è una carta speciale con una superficie lucida ed una opaca. L’artista disegna sulla superficie lucida con matite o inchiostri litografici. Dopo diversi passaggi a pressione la carta viene trasferita sulla pietra e, su questa, si consuma. La matrice così ottenuta è identica, sotto tutti gli aspetti, ad una matrice disegnata direttamente dall’artista e le stampe che ne derivano sono delle litografie originali. Questo metodo, per la particolare comodità, è stato spesso usato dagli artisti che risiedevano lontano dal luogo di stampa e particolarmente apprezzato perché consente di ottenere la stampa del soggetto orientata in modo identico al disegno. Nel caso della litografia di Picasso al Bisonte, molto probabilmente venne seguito questo procedimento: dalla prima matrice venne stampata un’immagine su nuovo carta da riporto. Questa nuova carta da riporto, con l’immagine impressa, venne firmata e datata da Picasso e poi trasferita su una nuova lastra creando così una seconda matrice.
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Amministrazione Trasparente

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